2006
Catalogo della Mostra
Introduzione di Bruno Pasini
Ciascuna delle immagini che vedrete è il ritratto di una montagna "vera" e i titoli di questi lavori su carta corrispondono con precisione ai nomi di queste montagne. Se, conoscendo le Dolomiti, si leggessero solo i titoli di queste opere si penserebbe di viaggiare orizzontalmente lungo una geografia alpina. Invece, scorrendo questi lavori uno dopo l'altro, si ha l’impressione di visitare un paesaggio immaginario, sospeso su carta azzurra, bianca o nera, descritto appena da un pastello o suggerito da un pennello intinto in un pigmento acquoso. Se non ci si lascia depistare dai titoli ci si ritrova a visitare un luogo interiore.
Vedrete solo montagne vere, ma non montagne vere. Sono montagne vere perché esistono, sono riconoscibili e visitabili. Sono vere perché inequivocabilmente dipinte da qualcuno che la montagna la ama e la frequenta, che ha familiarità con la sua consistenza, la sua verticalità e persino con il pericolo che la abita, ma anche con l'aria che le circonda e con la velocità con cui le nuvole ed il vento la trasfigurano.
Anche su carta sono montagne scalate, conquistate con tecnica alpinistica prima e ora con tecnica pittorica, ma sempre con rigore, disciplina e caparbietà.
Sia per la scalata fisica che per quella espressiva è stato scelto e preparato con cura l’equipaggiamento, si sono lungamente allenati i muscoli, si è proceduto per gradi, senza mai saltare un passaggio, senza cercare scorciatoie per arrivare più velocemente sulla vetta.
Tutto questo dalla carta è rivelato appena: queste montagne, così solide e conosciute una volta dipinte appaiono irraggiungibili, la loro luce è brillante e serena e non ricorda la fatica di scalarle, mantengono quella distanza da noi che le avvicina al sogno o al ricordo, perché hanno la patina di certi dipinti scovati nella bottega di un antiquario, hanno il gusto di qualcosa di sepolto nel tempo, cercato e ritrovato. Ritrovato come il cuore di un ideale risvegliatosi insieme ad una passione che credevamo appartenere al nostro passato. Un ideale che oggi è vissuto con consapevolezza e moderazione impensabili nel furore della giovinezza.
Quando si è giovani il motore per l'esplorazione di un nuovo luogo o di una forma espressiva sono l'incoscienza e il bisogno di costruirsi una identità. Ci si spinge a cercare al di fuori qualcosa che sonnecchia incompiuto dentro di noi, si è guidati dall'istinto, si attinge avidamente a riserve personali di cui non si conosce l'entità. Quando si è giovani si è fatti di una sostanza duttile ed elastica con un alta capacità di rigenerazione.
Quello che fa prendere carta e penna (o pennello o pastello) in età adulta e' qualcosa di molto diverso. E' il bisogno di tracciare il perimetro di uno spazio interiore in cui ciò che è contenuto è l'essenza delle propria esperienza, solo l'indispensabile di quanto la vita ci ha portato ad accumulare fino a quel punto. E' misura e non slancio , è studio prima che ambizione , è vitalità distillata invece che esibita, è considerazione dell'energia impiegata in ogni passo del cammino. E' un processo articolato, ma lineare in cui il risultato finale è strettamente commisurato al percorso seguito per ottenerlo.
La sensazione di rarefazione che permea le montagne che state per vedere (rendendole quasi un luogo di villeggiatura per l'anima o un paesaggio incantato) è certo dovuto alle tecniche usate ma soprattutto a un fondo di stupore, alla sorpresa che si prova nel raggiungere inaspettatamente un punto più alto e con una vista migliore rispetto a quello che ci siera immaginati di trovare durante la scalata appena compiuta di cui, tra l'altro, si è goduto ogni passaggio.